Idromele, la Bevanda degli Dèi

L’idromele dona a volte ispirazione poetica,
raramente la capacità di comunicare con gli Dei,
sempre il profumo e il sapore del miele dei boschi e dei prati.
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L’idromele (dal greco ὕδωρ, hýdor “acqua” e μέλι, méli “miele“) è prodotto dalla fermentazione del miele.
La ricetta base richiede semplicemente miele, acqua e lievito. Ci sono innumerevoli varianti, ciascuna con il proprio nome, per esempio braggot (miele e malto), melomel (miele e frutta), metheglin (miele e spezie).
Si presume che l’idromele sia stata la prima bevanda alcolica, grazie forse alla semplicità dei suoi ingredienti e della sua preparazione. Si può far risalire questa bevanda al 6500-7000 aC, infatti in Cina sono stati ritrovati dei recipienti in terracotta di quel periodo che mostravano la presenza di miele, riso e composti organici associati alla fermentazione, mentre in molte tombe principesche dell’Europa del VI-IV secolo aC, sono stati trovati recipienti con resti d’idromele come riserva del defunto per il Sidhe, l’aldilà celtico.
L’idromele sparisce quasi totalmente dall’Europa mediterranea nel Medioevo, quando la diffusione della vigna spiana la strada al consumo del vino. Resta comunque utilizzato nelle arti curative, per rendere solubili i principi attivi delle erbe officinali. Continuano a produrlo nei paesi del Nord e dell’Est Europeo e nell’Africa tropicale. Nel Nord e nell’Est Europeo si intrecciano l’uso rituale e l’uso inebriante dell’idromele, che è menzionato nel Beowulf (VIII secolo), poema epico in inglese arcaico, nell’Edda, raccolta di poemi in antica lingua scandinava, nel Kalevala, poema composto a metà del 1800 sulla base di antichi canti popolari e poemi finlandesi.

La sacralità dell’ape quale animale messaggero del cielo, che trasforma il sole in miele, e l’acqua vista come la linfa vitale che scorre nelle vene della Madre Terra rendono l’Idromele sacro ai Celti, come essenza del divino nell’unione fra cielo e terra.
In alcune mitologie, come ad esempio quella celtica e germanica, l’Idromele è la bevanda tipica dell’aldilà.
Nell’Europa celtica (IX-I secolo aC) era bevuto dai Druidi e dalle tribù nelle cerimonie sacre che scandivano il ritmo delle stagioni. Si consumava a Samhain (capodanno celtico), ad Imbolc (festa di fine inverno e rinascita della natura), a Beltane (festa propiziatoria di fertilità durante la quale venivano celebrati i matrimoni), a Lammas (festa di ringraziamento per i doni della stagione agricola), e ancora durante gli equinozi e i solstizi. L’uso era finalizzato ad ottenere l’ebbrezza alcolica per potersi avvicinare al divino fino ad incontrarlo.
Era diffusa in tutta Europa l’usanza di regalare dell’idromele alle coppie appena sposate. Veniva consumato durante la lunazione successiva alla cerimonia, nella convinzione che le energie che la bevanda conferiva avrebbe aiutato gli sposi ad affrontare i loro primi rapporti intimi, e quindi alla procreazione. Forse è proprio da questa usanza che il periodo appena dopo il matrimonio prende il nome di “luna di miele“.

L’IDROMELE DELLA POESIA nella MITOLOGIA NORRENA
Quando la guerra tra Æsir e Vanir era giunta alla fine, le due stirpi divine celebrarono la loro riconciliazione spuntando in un vaso: da quegli sputi prese vita Kvasir, segno di amicizia e pace, in forma umana. Era un uomo molto saggio e iniziò a girare il mondo portando saggezza.
Due nani, Fjalarr e Galarr, per impossessarsi della sua saggezza lo uccisero, fecero colare il sangue in tre diversi recipienti e poi mescolarono il miele al sangue, ottenendo il mjǫðr, o idromele, che rende poeta chi lo beve.
I due nani uccisero senza motivo un gigante di nome Gillingr e sua moglie. Quando Suttungr, il figlio dei due giganti, arrivò in cerca di vendetta, Fjalarr e Galarr lo supplicarono di risparmiar loro la vita e in cambio gli avrebbero dato l’idromele.
Suttungr accettò e portò l’idromele a casa. Lo nascose in un luogo chiamato Hnitbjǫrg, la “montagna saldata”, e vi pose a guardia la figlia Gunnlǫð.
Odino voleva a tutti i costi l’idromele e sotto mentite spoglie e diversi stratagemmi, ingannò Baugi (fratello di Suttungr), riuscendo così a raggiungere l’interno della montagna dove l’idromele era custodito. Qui Odino si tramutò in gigante, sedusse Gunnlǫð e giacque con lei per tre notti. Appagata, la fanciulla fece sedere Odino sul trono d’oro e gli permise di bere tre sorsi di idromele. Odino, con ogni sorso svuotò i tre recipienti, per poi trasformarsi in aquila e volare via verso Ásgarðr. Anche Suttungr prese forma di aquila e spiccò il volo per inseguirlo. Quando gli dei videro l’aquila arrivare, si affrettarono a porre le loro coppe nel cortile. Così Odino, appena giunto in Ásgarðr, sputò l’idromele nella coppa. Tuttavia, poiché Suttungr era ormai assai vicino e stava per afferrarlo, dovette agire in tutta fretta e un po’ del liquido prezioso cadde sulla Terra. Da quel giorno, Odino dona l’idromele agli Æsir e a quegli uomini che lui vuole poeti. Ma la parte di liquido caduta fuori della coppa è a disposizione di chi se la prende: tuttavia è detta la parte dei poetastri.

LA RICETTA
Il miele dev’essere dei migliori. Acqua? Meglio quella piovana, consigliava Plinio. Acqua da una fonte sacra, consigliavano i Celti. Quindi non acqua di rubinetto, ma acqua distillata o oligominerale.
Per la maturazione occorrono almeno due anni, ma più si prolunga il periodo più l’idromele migliora. Possiamo avere idromeli molto secchi, oppure liquorosi, con basso tenore alcolico, o ad altissima gradazione o anche frizzanti. Normalmente il gusto dell’idromele è esaltato da una consistente quantità di zuccheri residui e da un’elevata gradazione alcolica.

Ingredienti
– 5 lt di acqua, possibilmente di fonte;
– 1,5 kg o 2 kg di miele neutro, possibilmente acacia o millefiori;
– Lievito per vino (bianco);
– Aromi (a vostra scelta, non obbligatori).

Strumenti
– Schiumarola;
– Bottiglione in vetro da 5 lt;
– Garze;
– Gorgogliatore.

Procedimento
Versare in una pentola molto capiente i 5 lt d’acqua e il miele;
Mescolare a fuoco medio, sino a ottenere il completo scioglimento del miele;
Aggiungere gli aromi desiderati;
Abbassare la fiamma e far cuocere per circa mezz’ora, portando quasi ad ebollizione e continuando a schiumare il residuo che affiora in superfice;
Una volta spenta la fiamma, asportare i residui degli aromi (come foglie o bacche);
Trasferire il composto nel bottiglione di vetro avendo cura prima di filtrare il liquido;
Aggiungere i lieviti a seconda delle quantità riportate sulla confezione, di massima circa 1g per le quantità elencate. (aggiungere a freddo);
Mescolare energicamente;
Tappare con il tappo provvisto di gorgogliatore.

Il composto ora deve riposare per circa quattro settimane e in questo periodo bisognerebbe agitarlo quotidianamente, o per lo meno smuoverlo, affinché i lieviti non si depositino sul fondo ma restino sempre attivi. Grazie al gorgogliatore, si potrà notare il processo di fermentazione e assicurarsi che questo processo sia terminato, o quanto meno, visibilmente inferiore ai giorni immediatamente successivi alla preparazione. Terminate le quattro settimane si può passare all’imbottigliamento.
La maturazione dell’idromele avviene in un periodo molto lungo: dopo sei mesi si può, in linea teorica assaggiare anche se risulterà ancora molto acerbo. L’ideale sarebbe far raggiungere un anno di maturazione, anche se ogni giorno in più passato in cantina non farà altro che migliorarne il sapore. Ovviamente conservare in luogo fresco, asciutto e rigorosamente buio.

Le ricette si differenziano per piccoli particolari, quindi vi lascio alcuni siti che riportano procedimenti e ingredienti diversi.
http://ontanomagico.altervista.org/idromele.htm
http://www.bertinotti.org/midromele/
http://www.birramia.it/doc/lidromele/


fonti
https://it.wikipedia.org/wiki/Idromele
http://www.mieliditalia.it/mieli-e-prodotti-delle-api/miele/80363-idromele
http://www.bibrax.org
http://www.prepper.it/index.php/preparazione/autoproduzione/240-come-fare-l-idromele
http://bifrost.it/GERMANI/4.Lestoriedeglidei/06-Idromele.html

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